NOMADURBANISMO COMPULSIVO

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Le nostre società non possono più definirsi esclusivamente stanziali. Siamo entrati in una nuova era di migrazione persistente verso e all’interno delle aree metropolitane, stanziali solo nella forma e nella struttura urbanistica. L’era post moderna è caratterizzata da uno stato permanente di mobilità: spostarsi non è più occasionale e aumenta parallelamente al tasso di crescita economico.

L’era industriale ci ha reso migranti e in continuo movimento e, con forza inarrestabile, continua a concentrare la popolazione mondiale verso precisi punti del pianeta: in tutti i continenti crescono smisurate megalopoli, all’interno delle quali siamo in continuo movimento, frenetico, ripetitivo e nevrotizzante. Lo stesso spostamento tra le megalopoli e dalle periferie verso le megalopoli, genera un sistema in moto perpetuo (fatto di merci, persone e servizi) irrazionale ed estremamente inefficiente.

La comunicazione tra punti lontani, anche distanze geografiche enormi, non ha più una connotazione spaziale, ma solo temporale, fino all’annullamento totale della dimensione spazio: tempo-reale.

Lo sviluppo industriale ha accentuato questo cambiamento separando il tempo di lavoro dal tempo di “vita”. Il tempo è diventato l’unità di misura dello scambio, regolatore dei rapporti sociali, oggetto costante dei nostri pensieri.  Invece di vivere i momenti, gli attimi, noi li contiamo, terrificati dal loro passare.  Il tempo non è più il “liquido” che contiene la vita, ma l’oggetto della nostra ossessione. Il tempo è diventato il nostro pensiero più comune, ci ossessiona sia nella vita quotidiana che rispetto alle fasi della vita.  L’età è diventata una discriminante esistenziale e sociale, una identità da contrastare, cancellare.

L’accelerazione del movimento delle idee, delle informazioni, delle persone è diventato parte integrante dell’esistenza. Lo sviluppo tecnologico ha puntato sulla velocità. Il viaggiare ha smesso di contenere vita, è diventato Tempo Morto, sia se trascorso su una squallida autostrada, sia in treno. In una cultura che punta al prolungamento della vita umana, attraverso la medicina e la genetica da una parte, con la moltiplicazione delle attività per unità di tempo dall’altra, tutto questo è un colossale paradosso.  Partire da Seoul per Busan (o da Milano per Roma) stando in apnea per 4/5 ore è inaccettabile. Accorciare le distanze attraverso l’accelerazione ha in qualsiasi modo dei limiti, ma se lo spostarsi potesse ritornare a essere tempo di vita, il tempo (vuoto) dello spostamento sarebbe uguale a zero.

 E’ necessario fare un atto di eresia per ribaltare questa logica dell’accentramento, per ripensare il senso delle connessioni, per riappropriarsi del simbolo principe della libertà: il movimento. E’ necessario un salto logico rispetto al passato, seguendo una via che proprio le nuove tecnologie ci suggeriscono: libertà di localizzazione, connessioni di reti e di servizi reali, viventi sul territorio. La parole d’ordine di questa rivoluzione dovrà essere “democrazia”, applicata allo spazio, al territorio, al movimento.

foto di Nelson D.

Posted in Senza categoria by / Ottobre 12th, 2010 / No Comments »

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